La violenza non è mai un monito: la libertà di stampa non si negozia.

Francesca Albanese e le dichiarazioni sull'assalto alla Stampa

C’è un momento, nelle democrazie mature, in cui anche le parole più misurate rivelano una pericolosa ambiguità. Quel momento è arrivato con le dichiarazioni di Francesca Albanese sull’assalto alla sede de La Stampa.

La relatrice speciale dell’ONU per i territori palestinesi occupati ha formalmente condannato la violenza. Ha invocato giustizia. Ha ricordato di essere da anni contraria a ogni forma di aggressione. Eppure, subito dopo, ha aggiunto che l’episodio dovrebbe essere “un monito alla stampa per tornare a fare il proprio lavoro”.

Quel “monito” è il cuore del problema. Non per ciò che dice esplicitamente, ma per ciò che implica.

Francesca Albanese e la retorica del “ma”

Esiste una struttura retorica collaudata che permette di svuotare qualsiasi condanna mantenendone l’apparenza: è la tecnica del “condanno, ma…”. Condanno la violenza, ma i giornalisti dovrebbero riflettere. Condanno l’aggressione, ma la rabbia è comprensibile. Condanno l’atto, ma le vittime hanno le loro responsabilità.

Quello che segue il “ma” è sempre il vero messaggio. La condanna iniziale diventa una formula di rito, necessaria per non apparire complici della violenza, ma insufficiente a nascondere dove realmente si colloca il peso dell’argomentazione.

Nelle parole di Francesca Albanese sul caso La Stampa, il peso sta tutto sulla critica ai giornalisti. Sono loro che devono “tornare a fare il proprio lavoro”. Sono loro che non riportano i fatti. Sono loro che, implicitamente, hanno creato le condizioni perché un centinaio di persone facesse irruzione nella loro redazione gridando “giornalista terrorista, sei il primo della lista”.

Il monito e la pedagogia della violenza

Un monito è un ammonimento, un avvertimento rivolto a chi ha sbagliato. Definire un’aggressione come “monito” significa attribuirle un valore didattico, trasformarla in lezione impartita. Ma chi impartisce questa lezione? Gli aggressori. E a chi? Alle vittime.

Questa inversione è il nucleo tossico dell’intera dichiarazione. Perché stabilisce, anche solo implicitamente, che esiste un nesso causale tra il presunto cattivo giornalismo e la violenza subita. Che l’uno ha generato l’altra. Che se i giornalisti avessero lavorato meglio, forse l’aggressione non ci sarebbe stata.

È la logica del “te la sei cercata”, applicata al piano collettivo. È la stessa logica che, in altri contesti, attribuisce alle vittime la responsabilità della violenza che subiscono. Solo che qui viene rivestita di un linguaggio raffinato, intellettuale, progressista.

La simmetria impossibile

Albanese si chiede perché i giornalisti abbiano dato risalto all’assalto alla loro sede e non alle manifestazioni pacifiche in altre cinquanta città. La domanda contiene già la risposta che vorrebbe imporre: i media distorcono la realtà, privilegiano la notizia che delegittima il movimento per la Palestina.

Ma questa è una falsa simmetria. Un’aggressione a una redazione non è sullo stesso piano di una manifestazione pacifica. Non lo è per gravità, non lo è per novità, non lo è per significato democratico. Un giornalista ha il dovere di raccontare entrambe, certo, ma non può essere accusato di distorsione perché dà rilievo a un attacco violento contro una redazione.

Pretendere che le due cose abbiano lo stesso peso informativo significa non capire – o non voler capire – cosa significa libertà di stampa. Significa subordinare il giornalismo a un’adesione ideologica: la notizia giusta è quella che serve la causa giusta, il resto è distorsione.

La rabbia comprensibile

In un tweet successivo, Albanese ha scritto che “la rabbia verso un sistema mediatico che distorce la realtà in Palestina è comprensibile”. Ancora una volta: formalmente non giustifica, ma sostanzialmente relativizza. Perché definire “comprensibile” la rabbia che ha prodotto l’assalto equivale a fornire una cornice interpretativa che trasforma gli aggressori in soggetti spinti da motivazioni legittime, anche se espresse in modo illegittimo.

Ma la rabbia per una copertura giornalistica ritenuta inadeguata non è mai una giustificazione, nemmeno parziale, per la violenza. Mai. Non nelle democrazie, non negli stati di diritto, non in una società civile.

Il pericolo dell’ambiguità

Francesca Albanese ricopre un ruolo internazionale di grande visibilità. Le sue parole hanno peso, influenzano il dibattito pubblico, orientano comportamenti. Quando una figura istituzionale introduce ambiguità sulla legittimità della violenza – anche solo attraverso la struttura retorica delle sue affermazioni – compie un atto di grave irresponsabilità.

Il caso Francesca Albanese-La Stampa dimostra come quella ambiguità venga recepita interpretata e diventi licenza  per chi vuole forzare i confini del dissenso legittimo. Diventa segnale che, in fondo, certe violenze sono più comprensibili di altre. Che certe vittime meritano meno solidarietà di altre.

La libertà di stampa non si negozia

Si può criticare il giornalismo italiano, europeo, occidentale. Si può ritenere che la copertura del conflitto israelo-palestinese sia inadeguata, sbilanciata, insufficiente. Si può denunciare l’assenza di contestualizzazione, la scarsità di analisi, il prevalere della propaganda sulla cronaca.

Tutto questo è legittimo. Tutto questo è necessario. Il giornalismo vive di critica, si rafforza nel confronto, migliora attraverso il dissenso informato.

Ma nulla di tutto questo può mai giustificare, relativizzare o pedagogizzare la violenza contro una redazione. Nulla può trasformare un’aggressione in “monito”. Nulla può invertire la responsabilità facendo delle vittime i colpevoli morali della violenza che subiscono.

La libertà di stampa è un principio assoluto delle democrazie liberali. Non si difende solo quando ci piace ciò che i giornali scrivono. Non si subordina alla correttezza ideologica della linea editoriale. Non si negozia in cambio di una copertura più favorevole alla propria causa.

Si difende sempre. Senza “ma”. Senza “moniti”. Senza ambiguità.

Perché nel momento in cui accettiamo che la violenza possa essere pedagogica, che possa insegnare qualcosa, che possa servire a correggere comportamenti sgraditi, abbiamo già perso. Abbiamo già tradito i principi che rendono possibile la convivenza civile.

E abbiamo consegnato il dibattito pubblico alla legge del più forte, del più violento, del più disposto a superare ogni limite pur di far valere le proprie ragioni.

Non è questo il mondo in cui vogliamo vivere. Non dovrebbe esserlo per nessuno che creda ancora nel valore della democrazia.

 

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